L'università di Maastricht

L’università

 

Anche se con il senno di poi la mia esperienza di Erasmus a Maastricht si è rivelata positiva da ogni punto di vista, almeno in origine avevo scelto questa città quasi esclusivamente per l’università. Avevo fatto una ricerca piuttosto lunga ed articolata, e dopo mesi di riflessioni ero giunta alla conclusione che nell’ambito delle relazioni internazionali l’Olanda ospitasse le università più competitive. Facendo poi un’ulteriore scrematura fra le numerose università olandesi, ero arrivata alla conclusione che Maastricht fosse la scelta migliore. 

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L’università di Maastricht è famosa per avere un metodo di insegnamento originale ed innovativo, il cosiddetto Problem Based Learning, o più semplicemente PBL. La presenza di questo sistema, tra l’altro, è stata una delle ragioni che mi ha portato a scegliere l’università di Maastricht, e di conseguenza, ero veramente curiosa di sperimentarlo. Come si intuisce dal nome, il PBL è basato su un approccio diretto ed attivo rispetto alle problematiche che si presentano nello studio di una materia. Nella pratica, i professori dell’università di Maastricht, invece che fornire le risposte agli studenti, presentadogliele semplicemente come dati di fatto, lasciano che siano gli studenti stessi a ricavarle. Io ho frequentato i corsi di European Studies, nella facoltà di Arts and Social Sciences e, dal momento che si trattava di una materia umanistica, mi aspettavo che questo approccio sarebbe stato assai difficile da applicare. 

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Al contrario, invece, l’ho trovato utilissimo e stimolante, al punto che lo studio è diventato quasi un’occupazione divertente (dico sul serio!). Nel caso della mia facoltà (ma anche nelle altre), i corsi erano suddivisi fra Lectures e Tutorial. Le lectures corrispondono, in linea di massima, alle normali lezioni frontali dell’università italiana, in cui il professore espone un argomento di fronte ad un centinaio di studenti, servendosi spesso di supporti tecnologici. Tuttavia, queste lezioni rimangono spesso molto “sul superficiale”, forniscono in sostanza poco più che una mappa schematica e riassuntiva degli argomenti che riguarderanno l’esame. 

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Nei Tutorial, invece, si entra nel concreto delle questioni trattate nelle lectures. In gruppetti di 10/15 persone, coordinate da un insegnante, si discutono gli argomenti della lecture precedente, si manifestano dubbi, si fanno domande, e si cercano i modi più efficaci per trovare delle risposte. La cosa interessante, e che all’inizio mi ha un po’ spiazzata, è che l’insegnante non è affatto tenuto a rispondere alle domande, ma sono gli studenti che, elaborando mappe concettuali e cercando di fornire il proprio apporto individuale, devono giungere alla risoluzione del problema. L’insegnante non deve far altro che indirizzare gli studenti, guidarli, fungere più che altro da mentore.

Concluso il tutorial gli studenti dovrebbero normalmente avere tutti gli strumenti necessari per rispondere alle domande che vengono proposte, e alle quali è necessario rispondere prima del tutorial successivo. Quindi, ad ogni tutorial vengono dati dei “compiti”, che possono essere svolti solo trascorrendo molte ore in biblioteca. 

Infatti, seppure nella maggior parte dei corsi vengano indicati dei manuali da acquistare, questi non sono assolutamente sufficienti per superare dignitosamente gli esami. Il grosso del lavoro deve essere svolto autonomamente, andando alla ricerca delle fonti, che si trovano di solito nelle biblioteche. 

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