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Ogni posto ha il suo fascino, ma nessun posto è il paradiso


Il 13 febbraio di quell'anno ancora non sapevo cosa avrei vissuto. Figuriamoci se immaginavo che dopo quei fantastici mesi sarei tornata a casa e tutto sarebbe rimasto come prima, tutto tranne me.

È nell'aeroporto di Madrid-Barajs che ho conosciuto Andrea, una ragazza di Malaga con un accento del nord molto marcato. Quando l'ho vista per la prima volta, ho pensato che mi somigliasse in tutto, tranne che nell'accento.

Da allora, abbiamo capito che non eravamo più sole, che avremmo sorvolato l'oceano insieme e che dovevamo fare subito amicizia.

Dato il fuso orario, siamo arrivate all'aeroporto di Bogotà-El Dorado il giorno stesso. Era molto tardi ed eravamo alquanto spaventate. In molti si avvicinavano, anche insistentemente, per proporci una corsa in taxi ed è stato allora che ci hanno truffate per la prima volta. Ci hanno fatto pagare 40000 pesos colombiani (circa 10, 84€), quando la tariffa normale è di 20000 pesos, per accompagnarci nella residenza dove ero riuscita a prenotare una stanza, grazie ad un'altra ragazza spagnola. Comunque non ci è importato granché. Ricordo che il cuore mi batteva all'impazzata in quel taxi giallo e quasi pregavo che non ci accadesse nulla di tutto ciò che ci era stato raccontato dalla gente del posto.

Il mattino seguente, ci siamo svegliate senza alcun segno di jet lag (infatti si percepisce di meno quando si viaggia da est a ovest) a Paulo VI, un quartiere piuttosto residenziale non lontano dall'Università Nazionale della Colombia.

Visto che era domenica, abbiamo visitato un po' la città. Mentre camminavamo osservavamo tutto. Sentivo che non c'era alcun tipo di pericolo, ma solo tanta diversità. Le nuvole comparivano e scomparivano per poi lasciare nuovamente spazio al sole. Lì ho scoperto il clima della "nevera" (letteralmente "frigorifero"). È così che Bogotá viene chiamata dai colombiani.

Un ragazzo colombiano, conosciuto tramite la pagina Facebook di scambi internazionali della UGR (Università di Granada), mi aveva elencato le cose da fare e da non fare per no dar papaya, letteralmente "non dare papaya" (il frutto). In realtà significa non attirare troppo l'attenzione. La prima raccomandazione era di non tenere il telefono in mano quando ero fuori e di non mostrare denaro e oggetti di valore in pubblico.

Anche se questo all'inizio mi infastidiva e so che è necessario risolvere i problemi di sicurezza nel paese, non nego che alla fine mi sentivo piuttosto bene, più libera e meno dipendente. Mi ero comprata un cellulare vecchio stile, di quelli dove potevo soltanto fare e ricevere telefonate importanti. Eppure, non mi serviva altro. Camminavo per la città o prendevo qualche mezzo di trasporto e non riuscivo a smettere di osservare gli altri. C'era così tanta diversità. Alcuni avevano la carnagione più scura, altri più chiara. Alcuni avevano tratti indigeni, altri tratti misti. Era meraviglioso.

Ancora ricordo con emozione il primo giorno alla UNAL (Università Nazionale della Colombia). Ho preso il Transmilenio da La Candelaria fino a Calle 26, dove c'era uno degli ingressi. Mi sono fermata poco prima del cancello e ho letto una frase che non dimenticherò mai: "Potranno recidere tutti i fiori, ma non fermeranno la primavera". Ho sorriso, mi sono tranquillizzata e ho deciso di entrare. Il campus era enorme e io entravo dritta e a passo lento. Alla mia sinistra c'era il prato e alla mia destra c'erano tante persone, tanti colori, tanti piccoli stand di dolci, cibo e succhi di frutta naturali ed erano gli studenti stessi a servirti. C'era chi suonava il tamburo, chi altri strumenti. Musica nell'università! C'erano gruppetti di persone che ridevano, ballavano, parlavano di argomenti interessanti. Io camminavo così lentamente da poter apprezzare tutto. Poi ho preso il telefono, ho chiamato mia madre e le ho detto: "Mamma, sono felice di essere venuta. So che sono esattamente dove devo essere. E ho iniziato a piangere.

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ll tempo volava. Tutti i giorni facevo pranzo a La Olla Vegetariana, un posto dove una signora cucinava in mezzo a una piazza, Plaza del Ché (o Plaza Santander). Lì almeno non mangiavo sempre riso, patacón e arepa. Alcune volte cucinava anche la pasta!

Ogni giorno recitava preghiere di benedizione per l'acqua aromatica e per la pentola. A volte, avevo una fame da lupi e mi infastidiva dover aspettare che terminasse il suo rito di preghiere. Altre volte, osservavo e ascoltavo entusiasta. La verità è che all'inizio non mangiavo bene in Colombia. Mi lamentavo spesso del solito riso in bianco, della carne di manzo e del pollo; poi pian piano ho scoperto delle prelibatezze come il tamal o la grande varietà di frutta di alta qualità. Così mi sono abituata. Ero felice e mangiavo abbastanza, quindi ho iniziato a ingrassare.

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Il campus universitario era piuttosto grande, sembrava una città dentro Bogotá. Adoravo stare lì. Durante i primi giorni ho conosciuto Nico, un ragazzo alquanto chiacchierone, ma molto divertente. Appena l’ho visto, ho capito che saremmo andati d’accordo. Un giorno, a fine lezione, Nico era già uscito e si era fatto trovare all’uscita dall’università. Stava molto bene con quella giacca di pelle nera e in sella a una moto. Mi aveva proposto di fare un giro per mostrarmi tutta l’università e io, nonostante all’inizio avessi dubbi, alla fine ho accettato. Quella volta, non mi avevano truffata. Mi sono goduta un bel giro in moto senza preoccupazioni. È questo il bello dell’amicizia: non si compra.

Vivevo in una casa a due piani con 14 stanze. Era un po’ strana: il soggiorno sembrava una specie di garage ed era il punto di ritrovo con i 12 ragazzi che vivevano con me, non pochi direi. Giocavano alla Playstation e scherzavano tutti il tempo. Io stavo molto bene quando ero a casa e tra di noi non ci sono mai stati problemi. Passavo molto tempo con Daniel, il mio vicino di stanza, un ragazzo di Cali che studiava cinema e arti sceniche. Era un grande artista e molto mistico. Adoravo sedermi con lui sul portico di casa e ascoltarlo mentre fumava la sua piccola pipa. A volte, andavamo a cena, altre a comprare i costumi per le sue opere, altre ancora a mangiare il gelato o a fare foto. Con lui, tutto era arte e relax. Un giorno, siamo anche partiti per Cali a fare visita alla sua famiglia. Erano tutti così gentili con me che mi sono sentita a casa.

Cali è molto particolare e allegra. Il clima è molto diverso da quello di Bogotá. Faceva caldo, ma non troppo. Una sera siamo usciti e siamo andati a La Topa, una specie di pub dove si balla la salsa. Mi sono divertita così tanto che mi vengono i brividi solo a ripensare al momento in cui tutti quelli che erano nel locale ballavano il “baile de currulao”. Avevano iniziato delle ragazze afro-colombiane e dopo 5 minuti, tutti i presenti nel locale, me compresa, le abbiamo seguite. È stato magnifico!

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R10 era la residenza dove alloggiava la mia amica Andrea. Lì c’erano feste ed eventi quasi tutti i giorni, il compleanno di qualcuno, la festa di addio di qualcun altro. C’erano persone di diverse nazionalità, ma la maggior parte erano francesi. Sembrava un’epidemia. A volte mi sembrava di stare in Francia e di invadere quasi il loro territorio. Ho conosciuto persone fantastiche e ho avuto anche diversi amori. Dividevo il mio tempo con gli uni e con gli altri, non mischiavo. Non ero mai con Daniel e con Nico nello stesso momento, così come non ero mai con uno di loro nella R10, perché lì passavo il mio tempo con Andrea. Mi piaceva tenere le cose separate.

Il mio primo viaggio è stato al Deserto de la Tatacoa, a nord del dipartimento del Huila. Abbiamo preso un autobus notturno ed eravamo io, Andrea, un amico e due amiche francesi. Era la prima volta che salivo su un autobus in Colombia. È stato fantastico! Siamo riuscite a malapena a chiudere occhio, c’erano sempre persone che salivano sull’autobus. I passeggeri che man mano salivano restavano in piedi, ma a loro non importava, anche se avevamo diverse ore di viaggio da fare. C’era una ragazza molto ubriaca che cadeva sempre addosso alla mia amica Andrea. Non sono riuscita a smettere di ridere per tutto il viaggio. Quando siamo arrivati alla stazione di Neiva, era già mattina e le temperature erano troppo elevate. Dovevamo trovare un passaggio per arrivare al deserto e così è stato. Siamo saliti a bordo di una macchina con una sorta di bagagliaio aperto e abbiamo condiviso la corsa con due ragazzi che studiavano cinema a Medellín. Ci hanno raccontato molte cose sul cortometraggio che avrebbero realizzato e ci hanno anche proposto di partecipare. Il tragitto è stato alquanto piacevole, mi sono divertita a osservare il paesaggio e mi sono persino goduta l'aria calda. C'erano dei ragazzi che ci seguivano in bicicletta mentre facevamo foto e scoprivamo nuove cose sulla Colombia. Mi sentivo molto fortunata.

Ogni posto ha il suo fascino, ma nessun posto è il paradiso

Siamo arrivati nel piccolo ostello dove avremmo dormito in amaca e siamo andati a fare una passeggiata nei dintorni. Il sole era fortissimo e la stanchezza si faceva sempre più sentire. Due ragazze si sono ritirate a metà cammino, ma io ho proseguito. Faceva caldo, ma ne valeva la pena. Il deserto era di un rosso molto forte e non c'era assolutamente nulla. Non avevo mai visto qualcosa di simile.

La sera, siamo andati in un osservatorio astronomico e abbiamo scoperto Giove e diverse stelle. Non immaginavo che mi potesse interessare anche l'astronomia, anche se a dire il vero, da quando ero arrivata in Colombia, mi interessava tutto.

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Dopo quel viaggio, breve ma intenso, mi sono accorta che adoravo Alexis e le altre due ragazze francesi. Ci vedevamo spesso. Mi trasmettevano gioia ed erano così simpatici...

A Pasqua ho fatto il secondo viaggio, ma stavolta con persone che non conoscevo affatto. Erano tutti messicani (a parte un cileno) e ognuno proveniva da una diversa parte del Messico. Li avevo conosciuti su una pagina Facebook di scambi e mi avevano parlato di questo viaggio, così ho deciso di unirmi senza neanche pensarci. Avremmo trascorso due settimane in tutta la zona dei Caraibi. Due giorni prima di partire ero malata e me ne stavo da sola nella mia stanza, piegata in due dal dolore, ma il giorno seguente mi sono fatta forza, ho preso le mie cose e sono andata in aeroporto.

Siamo arrivati a Santa Marta di sera, abbiamo lasciato le nostre cose in ostello, dove c'erano giovani che venivano da ogni parte del mondo, e siamo andati a mangiare qualcosa. Santa Marta è una città costiera e con un ambiente molto latino, anche se dal mio punto di vista è solo una meta da vacanza. Gli uomini sono troppo macho e non c'è molto da fare. La cosa più bella che abbiamo fatto è stata andare in una spiaggia di Taganga e mangiare una buona zuppa di pesce appena fatta. Il terzo giorno abbiamo affittato due macchine e siamo arrivati a Palomino, che si trova all'inizio del dipartimento di La Guajira, il mio posto preferito in quel viaggio, dove la spiaggia era spettacolare e l'atmosfera era incredibile. Durante il viaggio ho avuto difficoltà. Ho visto le capanne lungo la strada e il vero ambiente degradato della Colombia. Una disuguaglianza incredibile. I bambini si mettevano sulla strada e si avvicinavano alle portiere della macchina per chiedere soldi. Mi piangeva il cuore a vederli così. La prima notte abbiamo dormito in un ostello, ma la seconda non sapevamo dove alloggiare. Dormire in spiaggia era praticamente impossibile perché le zanzare ci avrebbero mangiato, quindi siamo dovuti andare in una comune hippy. Quel posto era molto strano. C'era una specie di leader che non sembrava affatto "peace&love", era piuttosto aggressivo e credo che prendesse troppa cocaina colombiana. Quella notte abbiamo dormito in amaca e prima di addormentarci siamo rimasti lì, tra le tende da campeggio degli altri abitanti. È stata una grande esperienza, dividevamo il cibo rimasto, ci facevamo la doccia con due gocce d'acqua (infatti a Palomino, essendo vicina a La Guajira, l'acqua scarseggia) e ci facevamo molte risate. Il mattino seguente ci siamo svegliati tutti con mille punture di insetti. Tutti tranne me, che ho il sangue che non piace neanche agli insetti.

A Palomino ho anche visto gli indigeni per la prima volta. I bambini erano vestiti con una specie di tunica bianca e gli adulti anche, con una specie di telo bianco. Non è stata una bella sensazione. C'era qualcosa che non mi faceva sentire bene a guardarli. Eravamo di troppo e loro ce lo facevano notare mandandoci una certa energia. Ero rimasta catturata dalla loro presenza e avevo anche provato a salutare una bambina, ma lei aveva fatto finta che non esistessi.

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La prossima tappa è stata il Parco Tayrona. Quante meraviglia ci sono nel mondo che noi non conosciamo! Siamo entrati e sembrava una vera e propria giungla, una specie di foresta davvero bella. Ognuno di noi ha dovuto affittare un cavallo per arrivare vicino al Mar dei Caraibi. All'inizio avevo un po' paura, ma poi mi passava tutto quando vedevo le scimmie tra gli alberi e sentivo il suono di quando sei completamente immerso nella natura. Riuscivo a respirare bene e, per un attimo, ho pensato di nuovo di essere fin troppo fortunata per essere lì.

Abbiamo dormito in una tenda da campeggio che ci avevano affittato in un posto, ed è proprio lì che abbiamo conosciuto una coppia di argentini che lavorava in cambio di vitto e alloggio. Avevo anche pensato di restare e fare come loro, ma l'entusiasmo mi è passato dopo una notte in tenda con i buchi e con il rumore dei serpenti sotto il mio materasso. Non sapevo cosa fare, volevo soltanto piangere e gridare, ma non potevo svegliare gli altri. Poi mi sono tranquillizzata o mi sono arresa e alla fine mi sono addormentata.

L'ultima tappa di quel viaggio è stata Cartagena de Indias. Abbiamo riconsegnato l'auto e siamo usciti a festeggiare la sera stessa ed è durata quasi tre giorni. La prima sera abbiamo conosciuto un DJ per strada, che ci ha invitato ad una festa in una casa con patio esterno, dove lui suonava. Dopodiché, io e un mio amico siamo stati invitati ad un'altra festa e lì abbiamo finito la serata. Siamo entrati in lista e dalla porta principale come fossimo Shakira e Piqué. Il locale era pieno di nordamericani che spendevano fino all'ultimo peso in alcool e cocaina.

Il giorno dopo siamo usciti di nuovo, abbiamo organizzato un "parche" (una rimpatriata tra amici) e siamo andati nella stessa casa e successivamente in una discoteca nel centro storico. Lì ballavano così bene che era impossibile non sentirsi un pezzo di legno in pista. Quella sera ho conosciuto un cileno che era identico a Leonardo Di Caprio, mi sono innamorata dal primo momento in cui l'ho visto e ci siamo anche sposati per finta. È stato un gran bel matrimonio!

Quando siamo andati a fare il check out dall'ostello, ci siamo resi conto che non avevamo più soldi. Io non riuscivo a ritirare con il bancomat, ci restava da pagare una notte per una persona e non sapevamo come fare. Abbiamo rischiato di perdere l'aereo, ma un nostro amico è riuscito a trasferirci denaro da Bogotá tramite il supermercato Éxito.

Alla fine siamo tornati a Bogotá sani e salvi e dopo molte esperienze vissute. Sono tornata all'università e mi sono goduta ogni momento: La Olla Vegetariana, le lezioni di diritto del lavoro della professoressa María Paula, i miei compagni di classe, Nico, le lezioni di salsa...

Non ci è voluto molto prima di unirmi ad un altro viaggio, questa volta proposto dall'Università Nazionale. Ci avevano lasciato un autobus vecchio di dieci anni, con cui siamo arrivati a Santander e abbiamo visitato diversi paesini come San Gil, Barichara, Guane ecc. Sempre con persone sconosciute che sono poi diventate miei amici e con cui ho mantenuto i contatti. Lì abbiamo fatto diverse escursioni e svariati sport estremi come il torrentismo, il rafting, la discesa in zipline. È stata una cosa nuova e molto emozionante. Da lì mi sono appassionata e ho perso la paura delle altezze.

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Il paesino che ho preferito è stato Guane. I Guane in realtà erano un popolo indigeno del dipartimento di Santander. C'erano molti riferimenti a loro. Mi sono innamorata di quel paesino. Sono stata in una specie di casa di riposo e ho parlato con diverse donne. C'era una nonnina davvero bella con cui ho parlato per un po'. Aveva tratti indigeni, i capelli lunghi e bianchi e delle trecce che arrivavano fino alla vita. Mi faceva molte domande, su di me e sul mio paese. Lei non mi ha parlato molto di sé, ma a me bastava rispondere alle sue domande e starle vicino. Poi le ho comprato un braccialetto per duemila pesos, l'ho salutata e sono andata via. È dura pensare che non rivedrai mai più una persona che ti ha trasmesso così tanto.

Quel giorno siamo tornati a Bogotá e abbiamo adottato un cane in casa che si chiamava Carbón e con cui passavo spesso il tempo stesa sul pavimento. Non potevamo portarlo a spasso fuori perché era piccolo ed era malato, così lo lasciavamo libero di girare nella nostra enorme casa. Mi rattrista molto pensare che forse non rivedrò mai più Carbón.

Poco dopo abbiamo organizzato un altro viaggio che sarebbe stato l'ultimo e credo anche il più significativo. Io e Andrea siamo arrivate a Medellín e abbiamo fatto couchsurfing a casa di Francia, una dottoressa venezuelana che non poteva essere più creativa o più fantastica. Medellín ci è piaciuta molto, abbiamo camminato il più possibile e il giorno dopo ci siamo incontrati con tre amici tedeschi con cui siamo arrivati nel Chocó in aereo. Lì infatti non ci si può arrivare via terra, specie nella zona del Mar Pacifico.

Nel dipartimento del Chocó tutta la popolazione è afrocolombiana. Infatti, quando siamo arrivati forse eravamo gli unici bianchi del posto. Di solito piove molto e c'è estrema povertà. Il clima è umido, ma il Chocó è un vero e proprio paradiso. Foresta e mare, un mix perfetto. Non ci sono macchine né strade. Non ci sono stranieri, hotel o cose del genere. Di certo c'è aria pura, infatti questa zona è considerata uno dei polmoni del mondo.

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Il primo giorno siamo arrivati a Nuquí e ci hanno accolto dei ragazzi all'aeroporto che si sono offerti di darci un passaggio in ostello. Ci siamo fidati completamente di loro e infatti siamo arrivati in ostello. Lì abbiamo fatto amicizia con Jairo, Carlitos e Mané, tutti bambini e il più grande aveva tutt'al più 14 anni. Abbiamo passato i due giorni a Nuquí con loro, abbiamo giocato a calcio in spiaggia e ci siamo fatti molte risate mentre ci raccontavamo storie. Non dimenticherò mai quando Jairo mi ha raccontato che un giorno è stato morso da una serpe ed è morta la serpe! Il suo fratellino restava sempre dietro e diceva che erano tutte bugie. Erano uno spasso e quando li ho salutati mi sono molto commossa. Ho promesso loro che un giorno sarei tornata e che li avrei trovati tutti sposati e con figli e loro invece mi hanno chiesto di portare un tablet o un cellulare quando sarei tornata. Ho pianto di nuovo, ma questa volta non di gioia.

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Da Nuquí siamo arrivati in motoscafo fino a Jurubirá, passando per la spiaggia bianca e per altri bellissimi posti del Pacifico. È troppo difficile spiegare come vivevo tutto. Crescevo giorno per giorno e l'esperienza mi riempiva. Non mi serviva nulla e non mi mancava nessuno.

Jurubirá è un paesino in riva al mare, pieno di casette e tenuto benissimo dalla gente del posto. Mi sarebbe piaciuto fermarmi almeno una settimana, ma avevamo stabilito di arrivare prima a Bahía Solano e di passare per la valle, quindi ci siamo fermati lì un solo giorno e abbiamo proseguito il nostro cammino in motoscafo.

Quando siamo arrivati a El Valle abbiamo mangiato del buon pesce nel primo posto che abbiamo trovato e abbiamo offerto il pranzo al conducente del motoscafo; poi una ragazza indigena, che aveva una specie di carretto con motore, ci ha accompagnati all'ostello che avevamo prenotato. Un ostello lungo la costa e, come si dice da noi "dimenticato da Dio". Era all'aperto, non c'era niente che fosse completamente chiuso e lì abbiamo affittato delle amache. C'erano rane ovunque e anche altre specie e di notte si sentiva così tanto il rumore del mare e della pioggia, che sembrava facessero a gara a chi si sentisse di più.

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Una mattina ho deciso di farmi il bagno e, mentre ero in acqua, osservavo le palme e la foresta davanti a me. Era tutto un sogno finché non ho provato a uscire dall'acqua e non potevo. Ho provato di tutto e stavo quasi per arrendermi. Il Pacifico mi stava intrappolando. Fortunatamente per un attimo ho visto una tavola da surf in lontananza. Era un ragazzo dai capelli biondi che stava facendo surf. Ho gridato e agitato con forza le mie mani e alla fine mi ha vista. Grazie a lui sono uscita indenne dall'acqua, nonostante all'inizio non riuscissi a camminare. Mi cedevano le gambe e facevo fatica a camminare per il grande sforzo che avevo fatto. Sono quasi morta e intendo per davvero!

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Nonostante sembrasse una tragedia ero riuscita a conoscere David, un ragazzo olandese con cui mantengo tuttora un rapporto di amicizia. Era in viaggio da mesi per l'America Latina e quindi aveva molte storie da raccontare. Siamo anche andati in villaggio per guardare la partita della Colombia contro gli Stati Uniti ed è stato un vero spettacolo. Aveva vinto la Colombia e per le strade c'era caso, tamburi, musica, balli e festa. Non ci sono parole per descriverlo. Ci sono stati momenti in cui non sapevo cosa stessi provando, se dispiacere o gioia. Dispiacere nel vedere tanta povertà o gioia nel vedere quanto fossero felici.

Io e Andrea abbiamo concluso il nostro viaggio a Punta Huina, una spiaggia appartata dove ci si arrivava solo in motoscafo. Abbiamo dormito a casa di un signore che ci aveva consigliato un amico francese. Quando siamo arrivate lì, abbiamo conosciuto ragazzi più o meno della nostra età, che ci hanno raccontato tante storie. Molti di loro andavano in mare aperto con il motoscafo a cercare la cocaina e poi la riportavano ai loro padroni. C'erano bambine di dodici anni incinte, bambini abbandonati, donne violentate. C'era anche un uomo che aveva avuto un rapporto sessuale con sua figlia, da cui era nato un figlio. Una specie di strana anarchia. Abbiamo conosciuto uno spagnolo che aveva una baita, viveva da anni lontano da tutto, aveva venduto la sua azienda, aveva lasciato tutto e aveva deciso di rimanere lì. Ci ha raccontato molte cose su Punta Huina.

Di notte abbiamo avuto un po' paura, ma non potevamo fare altro che rilassarci e smettere di pensare a cosa poteva succederci. Il mattino seguente sono andata in spiaggia con Andrea e mi sono addormentata. Al mio risveglio, Andrea non c'era. C'erano i suoi vestiti e le sue cose, ma lei no. Ho guardato velocemente in acqua e attorno a me, ma non c'era. L'ho cercata come una pazza per due ore, ho chiamato il signore spagnolo, la signora della casa dove alloggiavamo e tutti quelli di cui mi fidavo almeno un po'. Tutti la cercavamo spaventati e alla fine l'abbiamo trovata nella spiaggia accanto che giocava semplicemente con dei bambini. Mi era quasi preso un infarto.

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Ancora una volta siamo tornate sane e salve, stavolta quasi per miracolo. Tutto sommato missione compiuta. Siamo riuscite ad arrivare a Bogotá.

Mancava poco prima di tornare in Spagna, quindi abbiamo cercato di goderci tutto di Bogotá. Ho passato gli ultimi giorni con Alex, ho salutato Daniel, i ragazzi della mia casa che erano tornati nelle rispettive città durante gli ultimi giorni di università.

Dentro di me c'era un mix di emozioni. A volte mi sentivo felice e in pace, altre volte mi sentivo strana e stavo male dentro. Adesso credo di riuscire a distinguere quando mi sentivo in un modo e quando in un altro. Quand'ero in viaggio nella natura e scoprivo nuovi paesaggi (il Deserto de la Tatacoa, il Mar dei Caraibi, Antioquia, il Pacifico... ) notavo e pensavo quanto in realtà basti poco per stare bene. Potrei passare una vita intera a viaggiare senza nient'altro, semplicemente conoscendo, avendo storie da raccontare agli altri, storie di avventure che, per belle o brutte che siano, sono pur sempre storie da raccontare. Tutto era per me. Pensavo davvero a me stessa ed è positivo. Volevo trovare me stessa, conoscere tante cose e anche stare male a volte per il beneficio interiore, per farcela da sola e poi vedere che ne era valsa la pena. Tutto era per migliorarmi. Così mi sentivo bene. Tutto questo sembra meraviglioso e sembra che sia quello che vuole la nostra generazione. Ho visto video e letto articoli sui social media che parlano di come i giovani non vogliano più avere molti soldi, ma solo viaggiare, vivere, non vincolarsi. Siamo solo turisti?

Mi sentivo strana e dubbiosa quando smettevo di pensare a me stessa. Tutto è iniziato con una conversazione avuta con un ragazzo della facoltà di giurisprudenza della UNAL. Mi aveva colpito quando mi aveva detto che a lui non piaceva viaggiare, che non aveva il benché minimo interesse perché aveva molte cose da fare e non poteva pensare solo al suo benessere. Non nego che all'inizio non mi piacesse. Pensavo che fosse "chiuso di mente" e gli ho risposto dicendo che è molto importante conoscere se stessi, che di vita ce n'è una sola, che bisogna cercare di essere felici, conoscere, che viaggiando si impara di tutto eccetera eccetera. La sua risposta è stata una domanda:Ana, credi di essere sola al mondo? . Continuava a parlare e nonostante mi sembrasse interessante, non ero d'accordo con tutto quello che diceva. È stata quella domanda, che all'inizio sembrava una semplice domanda, a farmi cambiare totalmente idea sulle cose. Ho passato giorni a pensarci e a ripensarci. Pensavo che era importante viaggiare, conoscere altre culture, dedicarsi del tempo, cercare il benessere nelle piccole cose. Però, non eravamo forse un po' troppo individualisti? Non stavamo pensando un po' troppo a noi stessi? Davvero viaggiamo per piacere e l'unica cosa che ci portiamo dietro è solo per il nostro beneficio, sebbene si tratti di apprendimento? Siamo solo di passaggio in quei posti? Davvero li conosciamo con più o meno profondità e basta? Va bene pensare che le esperienze valgono di più del denaro, però con questo stiamo comunque facendo qualcosa di superficiale. Dopo alcuni giorni, la mia risposta alla domanda del ragazzo è stata: Conosciamo più persone, conosciamo più culture e molti posti, ma siamo soli in questo mondo e viviamo per noi, più che mai.

Poco dopo sono tornata in Spagna, più grande, diversa e con molti ricordi e storie da raccontare, ma c'era qualcosa che non avevo fatto, e cioè contribuire al miglioramento di qualcosa e aiutare davvero qualcuno. La prossima volta non ci penserò due volte. La Colombia mi ha dato tanto e forse io non avevo lasciato nulla.

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