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Chi non ha nulla mi ha dato tutto: Madagascar (seconda parte)


GITA AL PARC NATIONAL D'ANDRINGITRA

Vicino a Fianarantsoa è possibile visitare il Parc National de Ranomafana, una grande riserva naturale in cui, anche se un po’ a fatica, data la vastità del luogo, è possibile vedere diverse specie animali, fra cui i famosissimi lemuri. Le escursioni durano diverse ore, si cammina immersi in un paesaggio naturale verdeggiante e ricco di fonti d’acqua termale. Visitare questo parco è costoso, per gli standard del posto (da un minimo di 30000 ariary ad un massimo di 90000), ma sono diversi i percorsi e le modalità di visita offerti. Il parco è uno fra i più famosi dell’isola.

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Le suore dell’orfanotrofio ci hanno piuttosto consigliato di recarci piuttosto a visitare un parco più piccolo, a meno di un paio d’ore di viaggio di distanza, ma comunque molto bello. Il suo nome è “Parc national d’Andringitra” Per l’occasione, le suore hanno contattato uno degli autisti che danno loro una mano nel trasporto dei ragazzi alle rispettive scuole durante l’anno. Per spostarsi, in Madagascar, se non si possiede un’automobile, è meglio riservare un autista personale che ci accompagni ovunque vogliamo e che ci attenda durante eventuali visite. È una pratica abbastanza comune specialmente fra i turisti. Affinché l’autista rimanesse con me tutto il giorno ho pagato 80000 ariary. In città si trovano anche dei taxi, ma sono piuttosto costosi e spesso gli autisti approfittano degli stranieri per chiedere più soldi.

Esiste una ferrovia in Madagascar, composta da quattro reti ferroviarie principali concentrate nel centro del paese, ma quasi tutte vertono in cattive condizioni e spesso i treni non passano o arrivano con moltissimo ritardo. Le suore mi hanno spiegato che a volte (anche se oggi ciò avviene sempre meno), se si vuole prendere un treno, si va in stazione, si aspetta e, se il treno non passa, si ritorna il giorno seguente.

In città, i Malgasci si spostano su dei piccoli “autobus”, dei camioncini affollatissimi su cui si sale dal portellone posteriore che, a causa della grande quantità di gente che affolla il mezzo, non si chiude, ma viene piuttosto fissato ad una corda retta da un addetto appositamente pagato per far sì che la porta esteriore non si spalanchi almeno del tutto durante le corse pazze degli autisti malgasci. Spesso, questi “autobus” non si fermano, come invece dovrebbero, ad una fermata. I passeggeri letteralmente “saltano” sul mezzo, afferrati da quelli che già sono a bordo. Se una donna ha con sé dei sacchi della spesa o un bambino, passerà prima questi ai passeggeri, e poi sarà aiutata per salire a bordo, il tutto praticamente in movimento.

Il viaggio verso il parco cui ero diretta è stato, come tutti i viaggi in Madagascar, un’avventura: lungo il percorso abbiamo incontrato un camion bloccato nel bel mezzo della strada. Non c’era abbastanza spazio per passare, né potevamo andare fuori strada, perché ai lati della stessa c’era, sulla destra, un fiumiciattolo, mentre sulla sinistra si trovava un breve precipizio. Il camion trasportava una quindicina di zebù agitati e scalpitanti. I loro corpi ingombranti e le loro corna erano fissati con delle corde che li tenevano strettamente legati assieme. Attorno al camion, che non voleva proprio saperne di ripartire, si era radunata una piccola folla di contadini che avevano lasciato il lavoro nei campi adiacenti, incuriositi dall’accaduto. Siamo rimasti fermi per poco meno di un’ora. Dal finestrino dell’auto su cui viaggiavo, ho potuto osservare l’atteggiamento dei passanti malgasci: in poco tempo avevano creato una squadra unita e compatta e, collaborando con risolutezza e ingegno, si davano da fare per aiutare e assistere i conducenti del mezzo pesante. La solidarietà malgascia, in quel momento, mi ha colpito e insegnato molto. Nessuno se ne stava indifferente, con le mani in mano. Chi aveva lasciato i mattoni che stava trasportando, chi il proprio gregge, chi il proprio campo: tutti si erano riuniti per dare una mano. Lo facevano col sorriso e senza fretta. Persino i bambini facevano del loro meglio, incoraggiando ed incitando gli uomini che spingevano con tutte le loro forze il mezzo. Andare al meccanico più vicino con un’altra automobile avrebbe richiesto molto tempo. Finalmente, dopo innumerevoli tentativi, il camion è ripartito e anche noi abbiamo così potuto riprendere il nostro viaggio.

Quel giorno avevo un obiettivo ben preciso e non sarei potuta ripartire per l’Italia senza compierlo: volevo assolutamente vedere i famosissimi lemuri, affettuosamente denominati “maki” dagli abitanti del luogo. All’interno del parco, accompagnata da una guida definita “avvistatore”, ho intrapreso un percorso un po’ scosceso, fra rocce e arbusti. L’occhio esperto del mio accompagnatore ha più volte scorto camaleonti di diversa taglia, difficilissimi da avvistare, in quanto perfettamente mimetizzati con il ramo o la roccia su cui poggiavano. Avvicinandomi ad essi, potevo notare il loro lento incedere ed i loro occhi tondi tondi roteare. La guida mi ha spiegato con accuratezza la differenza fra maschi e femmine di questa specie: il segreto sta nel colore, molto più acceso nei maschi (che presentano anche varie striature) e meno nelle femmine.

 

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Sopra le nostre teste, al di sopra dei fitti rami della foresta che stavamo attraversando, la guida segnalava spesso il passaggio di piccoli falchi malgasci, di cui ho potuto vedere grossi nidi, costruiti in equilibrio perfetto e quasi incredibile sulla sommità di alti alberi.

Infine, eccoli finalmente apparire: comodamente appostati sugli ami degli alberi, piccoli nuclei familiari di lemuri grigi, dalla tipica coda lunga e stretta striata, bianca e nera, si riposavano all’ombra delle foglie. Stavano vicinissimi fra loro, quasi uno sopra l’altro, riuniti in gruppetti di tre o quattro esemplari. I lemuri sono piuttosto diffidenti e preferiscono vivere lontano da rumori e dalla gente. Sono animali molto curiosi e teneri: verso aprile o maggio le femmine partoriscono, e quindi ho avuto l’opportunità di vedere dei cuccioli di lemuri piccolissimi, stretti alle proprie madri. I loro nemici principali sono proprio i falchi, sempre in cerca di piccole prede (come, appunto, i cuccioli di lemuri).

Durante il nostro tragitto sono entrata in una delle grotte rocciose che si possono trovare sull’altopiano centrale malgascio: è opportuno fare silenzio, in queste grotte, popolate da innumerevoli pipistrelli addormentati durante il giorno. Qua e là, spesso si incontrano inoltre le famose “palme del viaggiatore”, piatte piante dal tronco liscio non molto alto, che si aprono in un ventaglio di lunghe foglie verdi e sottili che conferiscono la classica forma della palma. Queste piante sono così definite perché il loro tronco è composto da strati in cui è possibile aprire, con un po’ di sforzo, una fessura. Da questa, uscirà dell’acqua. Ogni viaggiatore che si perda nel vastissimo paesaggio selvaggio malgascio può contare sull’immenso tesoro che le palme del viaggiatore racchiudono: l’acqua. Purtroppo, non sono riuscita a vedere i famosissimi e particolarissimi baobab, alberi dal tronco spesso e cilindrico i cui rami si aprono soltanto all’estremità più alta dello stesso. I baobab, infatti, si trovano soprattutto a sud, sulla costa occidentale. Un viaggio verso il noto Viale dei Baobab avrebbe richiesto diverse ore.

  

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Nel meraviglioso paesaggio selvatico e naturale che stavamo attraversando, ciò che, però, mi ha colpita maggiormente è stato un grosso lago dall’acqua limpida e azzurra, riflettente il cielo terso e limpido che ci accompagnava quel giorno. Con le caviglie immerse nelle acque del fiume, una decina di uomini magrissimi erano disposti su una fila, uno accanto all’altro, sostenendo una rete da pesca ampia e rudimentale. Era chiaro che stavano pescando, ma lo facevano in una maniera decisamente strana: cantavano, battevano i piedi e le mani e, addirittura, lanciavano qualche pietra nell’acqua. Perplessa e dubbiosa, ho chiesto alla guida il motivo di quel comportamento, che avrebbe fatto certamente scappare tutti i pesci! Non mi rendevo conto dell’assoluta utilità di tutto quel fracasso: così facendo, i pescatori tenevano lontani i coccodrilli. Un lavoro così semplice, come quello che quegli uomini svolgevano, poteva essere davvero pericoloso. Ogni tanto, qualcuno di loro moriva o perdeva un arto, in seguito al feroce morso di un coccodrillo. La guida ha aggiunto, inoltre, che spesso i canti dei pescatori sono preghiere.

Riflettendo su quanto avevo visto, ho intrapreso il cammino che mi portava verso casa.


SCOPRENDO FIANA

Come non visitare la grande città in cui mi trovavo? Le suore non mi hanno mai permesso di raggiungere il centro della città da sola: troppo pericoloso, dicevano. Così ho dovuto aspettare il mercoledì, il giorno in cui un paio di suore si recano in città per fare un po’ di spesa.

In effetti, la città, così affollata e disordinata, non sembra essere un luogo molto sicuro per una ragazza straniera. Accompagnata da una suora malgascia, mi sentivo più tranquilla. Fiana è una città caotica; le sue strade in discesa e in salita passano fra edifici di forme e colori diversissimi, accostati l’uno accanto all’altro senza un apparente ordine o criterio. La maggior parte delle case presentano due piani, ma in alcune zone della città si ergono alcuni palazzi vecchi e mal tenuti.

Molte abitazioni sono prive di porte o di finestre e, passando per le strade, spesso è possibile sbirciare al loro interno, ma non c’è molto da guardare: spesso le abitazioni sono quasi vuote ed un divano o un vecchio armadio sono tutto il mobilio che vi si può trovare.

Ogni tanto si scorge qualche chiesa e anche qualche moschea.

Per le strade si riversa tutti i giorni una grande quantità di gente. Le persone indossano semplici sandali o scarpe da tennis rotte, ma in molti preferiscono girare a piedi nudi (non sembrano sentire dolore quando calpestano sassi o pietre che costellano le vie della città, che, se non sono asfaltate, sono costituite da terra rossa).

Fiana è molto grande ed è divisa in varie zone. Si trova di tutto: oltre alle abitazioni più scarne e povere, si possono incontrare anche belle ville, molto ricche! La suora che mi ha accompagnata in città mi ha spiegato che ne sono proprietari imprenditori occidentali impegnati nel commercio di minerali. Il Madagascar è noto per una straordinaria varietà di minerali, gemme e pietre preziose con cui i Malgasci realizzano oggetti e gioielli originali. Qui si trovano il quarzo, l’argento, lo zaffiro, l’acquamarina, diversi tipi di diamanti e tanto altro. Per tutti i tesori incastonati nelle sue rocce, il Madagascar ha attratto molti collezionisti ed imprenditori dai paesi più sviluppati del mondo, che trovano nell’ampio mercato occidentale una sempre più crescente richiesta di minerali malgasci. Ciò che attrae maggiormente, su questa grande isola, è l’oro. Questo spiega soprattutto la presenza di una forte comunità cinese nel paese: i Cinesi continuano ad investire molto denaro per la costruzione di società ed imprese dedite all’estrazione del “metallo giallo”.

Nonostante la presenza di una vasta gamma di pietre preziose, gemme e minerali, la stragrande maggioranza della popolazione non può permettersi di accedere né avvicinarsi ai numerosi giacimenti che si trovano sparsi in tutto il paese. In un’isola così ricca e preziosa, gli abitanti vivono ancora in povertà e, in molti casi, persino nella miseria. Questa è la grande contraddizione che descrive perfettamente, purtroppo, la realtà malgascia.

Girare a piedi per Fiana è divertente e, ad ogni angolo, il nostro sguardo avvezzo alla modernità è attratto da particolari curiosi ed insoliti. Nelle vie principali i Malgasci improvvisano spesso mercati in cui vendono prodotti alimentarioggetti artigianali e stoffe. Le suore mi hanno da subito suggerito di comprare gli alimenti venduti per la strada, specialmente quelli freschi. Ho visto fette di carne lasciate al sole per ore o per giorni, o insalata e verdura coperte di polvere e terra. Mangiare dei prodotti comprati per strada può risultare molto pericoloso: si possono prendere infezioni o malattie, anche perché non si conosce bene lo stato dell’acqua con cui gli alimenti sono stati lavati. Vedere lunghe file di bancarelle di coloratissimi frutti (banane, litchi, ananas, mandarini, arance…) è, in ogni caso, curioso ed affascinante.

 

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Mescolati alla folla, cani randagi, galli, galline e pulcini fanno lo slalom fra le bancarelle dei mercati della città. I bambini, spesso, si divertono stuzzicando questi animali. Molti di loro non vanno a scuola e, se non sono al lavoro con i genitori, passano il tempo per le strade, come possono. A volte, un gruppetto di giovani si siede su un muretto di pietra per ore, ed osserva i passanti: i Malgasci sono grandi osservatori, pazienti e silenziosi. C’è molto da osservare. Uomini con vestiti stracciati, donne con grossi e colorati copricapi su cui poggiano grosse ceste realizzate manualmente piene di panni o altri oggetti, e tanto altro ancora.

Se ci si vuole allontanare dalla folla, è possibile cominciare a salire verso la parte più elevata dell’altopiano su cui Fianarantsoa si erge, per raggiungere le foreste delle sue montagne. Dal centro della città, una strada asfaltata percorre alcune chicanes sempre meno affollate, passando attraverso zone più tranquille. Nel tragitto verso la montagna, si vede in lontananza una scultura dalle dimensioni gigantesche: è la figura della Vergine Maria, che spunta fra le verdi fronde degli alberi per sorvegliare la città.

Lungo la strada, si passa dalla Cattedrale di Ambozontany, una chiesa cattolica dalle mura esterne di mattoni di colore quasi rosa alla quale si accede percorrendo un’ampia scalinata. Abbiamo lasciato l’auto appena fuori dal cancello della chiesa, ma siamo subito stati “assaliti” da un gruppetto di bambini che, masticando qualche parola di varie lingue, ha cercato insistentemente di venderci volantini o piccoli quaderni in cambio di qualche spicciolo.

 

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Quel giorno, nella chiesa di Ambozontany, una folla di Malgasci attendeva impaziente l’inizio della celebrazione del matrimonio di una giovane e allegra coppia. Ricordo che mi hanno immediatamente colpito gli sfarzosissimi abiti che indossavano, in netto contrasto con la realtà che li circondava e agli abiti della gente che popolava la città. Ho bene in mente l’impressione che quei vestiti mi hanno suscitato: lo sfarzo era decisamente esagerato e un po’ pacchiano. Ma, in Madagascar, un matrimonio è un evento molto importante, ed è necessario vestirsi con il miglior abito che si possieda. Naturalmente, si capiva bene che la qualità dei vestiti era piuttosto bassa, ma gli ornamenti e gli accessori che li caratterizzavano erano vistosi e troppo appariscenti.

All’interno della chiesa, la sposa e lo sposo, due giovani sorridenti ed emozionati, scambiavano due parole con il prete, mentre noi ammiravamo la volta della chiesa, attraversata da un lungo corridoio che, circondato, sui due lati, da varie file di panche di legno, conduce all’altare. La chiesa, all’interno, è piuttosto spoglia, ma la volta è decorata con diversi disegni cromatici.

Procedendo lungo la strada che avevamo intrapreso, siamo giunti all’interno di una fitta foresta verdissima, fatta di piante e fiori strani, ai miei occhi. Fra essi, ricordo soprattutto una pianta costituita da un tronco lungo e spinoso, alla cui estremità superiore spuntano una serie di fiorellini rossi belli e delicati, che contrastano fortemente con il fusto duro e aspro che li sostiene.

Salendo, abbiamo incontrato diverse donne che, con la fronte madida di sudore, erano intente a spaccare grosse pietre, utilizzando frammenti più piccoli delle stesse. Sedute in uno spiazzo di rocce, badavano, nel frattempo, ai loro bambini ed alle loro case: una serie di bastoni e tronchi utilizzati come colonne portanti di lenzuola e panni, le vere pareti e tetti delle loro poverissime abitazioni.

Continuando a salire, siamo giunti in un punto panoramico eccezionale: da lì, è possibile osservare dall’alto tutta la città di Fianarantsoa. Si vede lo stadio, una piscina, e un’infinità di abitazioni diversissime fra loro, quasi che si stenta a credere siano parte di una sola città. Seguendo un percorso in pietra, che a tratti comprende alcuni gradini, si giunge ad una serie di balconi e piccole terrazze che affacciano su Fiana. Per goderci il panorama della città e delle montagne che la circondano, ci siamo seduti qualche minuto su alcune panchine, immerse in una riflessione profonda. Quella pausa è stata molto utile per me ed ho potuto far ordine nella mia testa: erano tante le cose che avevo visto e molte le ricchezze che stavo guadagnando grazie a quell’esperienza. Piano piano, riflettevo sull’immensa fortuna che la vita mi aveva riservato, e, mentre tante altre persone vivevano di stenti, io viaggiavo e ampliavo le mie conoscenze.

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TUTTI AL MARE!

L’ultima settimana trascorsa con i ragazzi dell’orfanotrofio è stata in assoluto la più bella e anche la più rilassante. Con i ragazzi rimasti in orfanotrofio (una settantina, senza contare i neonati, troppo piccoli per affrontare un lungo viaggio), siamo partiti alla volta di Manakara, piccola cittadina turistica situata sulla costa sud-orientale del Madagascar. Lì, gli orfanelli avrebbero potuto trascorrere qualche settimana sull’Oceano Indiano.

Quella mattina c’era un gran viavai di gente, i cancelli dell’orfanotrofio erano completamente spalancati per permettere ai due pullman che ci avrebbero accompagnato verso la nostra destinazione di compiere ingombranti manovre. Collaboratori e dipendenti dell’orfanotrofio entravano e uscivano dallo stesso, altri davano una mano a caricare i nostri numerosi bagagli, io intrattenevo i ragazzi più impazienti improvvisando fallimentari giochi di squadra, le suore coordinavano i lavori, mentre i bambini si mettevano in fila per ricevere… il loro legittimo bicchiere di birra. Sì, in Madagascar, prima di intraprendere un viaggio lungo su strade accidentate e tortuose, è buona abitudine bere un bicchiere di birra. Anche i bambini (non importa quale sia la loro età) viene dato un po’ di alcol, affinché non rimettano durante il percorso. L’effetto dell’alcol cominciava già a farsi sentire nei più piccini, che, ho notato, erano molto più allegri e spensierati del solito, ma anche molto più agitati.

In quella confusione, qualcuno ha rubato la mia macchina fotografica e, con essa, ho perso meravigliosi ricordi legati al Madagascar. Nessuno si è sorpreso più di tanto del furto che avevo subito: è normale, in quel paese. La mia tristezza è passata presto: finalmente era giunta l’ora di partire. Non ha importanza il numero di posti legalmente disponibili su un pullman, in Madagascar: possono salire su un mezzo quante più persone possono! Così, su fila di due sedili appena, erano seduti anche quattro o cinque bambini. Lo stesso vale per i bagagli, confusamente e, aggiungerei, pericolosamente ammassati sul tetto del mezzo, tanto che, ad ogni curva, avevo la sensazione che ne avremmo inevitabilmente perso qualcuno.

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Con noi, la direttrice, la quale ci ha subito animato esortandoci a cantare. Abbiamo cantato quasi per tutto il viaggio. Avevamo previsto di arrivare in circa 5 ore, ma non si sa mai che cosa può succedere in Madagascar. Di fatti, dopo circa tre ore di viaggio, l’autista del nostro pullman ha riscontrato un’avaria al motore e siamo stati costretti a fermarci nel bel mezzo della natura malgascia. In un luogo che sembrava una piccola oasi paradisiaca, all’ombra di un grosso albero affacciato a precipizio su un piccolo laghetto naturale, ci siamo radunati tutti per riposare, mentre i due autisti, aiutati da alcuni uomini che passavano per quella strada, cercavano di aggiustare il mezzo. Siamo rimasti fermi per quasi quattro ore. Nessuno era preoccupato o nervoso: in Madagascar queste cose sono perfettamente prevedibili (anzi, quasi scontate!) e bisogna soltanto avere pazienza ed aspettare… con il sorriso!

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Finalmente, dopo tanta attesa, abbiamo potuto riprendere il viaggio. Durante il percorso, accompagnata dalle vocine canterine dei bambini dell’orfanotrofio, ho avuto modo di guardarmi attorno e di conoscere meglio il meraviglioso paesaggio naturale che stavamo attraversando. Inizialmente, eravamo circondati da rocce e da distese di arbusti e terra rossa, un paesaggio piuttosto arido, asciutto e secco, tipico dell’altopiano centrale malgascio. Mano a mano che ci avvicinavamo alla costa, tutto intorno a noi si è fatto più verdeggiante e rigoglioso, e in un attimo la nostra strada attraversava una vera e propria foresta di alberi sottili ed altissimi. Prima di giungere a Manakara eravamo circondati da colline formose interamente ricoperte di palme le cui lunghe foglie le rendevano “brizzolate” e simpatiche a vedersi. Ecco il Madagascar dei film, dei cartoni animati! Verde, fertile e rigoglioso.

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Durante il nostro percorso ci è capitato raramente di incontrare altri viaggiatori diretti al mare. Lungo la strada abbiamo, invece, incontrato tanti Malgasci al lavoro, intenti a vendere cibo, paglia, mattoni o a lavorare nei campi.

A poche ore dalla nostra destinazione, il sole ha cominciato a calare dietro le colline, lasciando il posto ad un cielo che si manifestava in tante diverse sfumature. Qua e là, ecco apparire le prime stelle. In poco tempo erano decine, centinaia, migliaia. Viaggiavamo in un gigantesco planetario! Le stelle non erano soltanto sopra di noi, ma erano davanti, dietro, di fianco a noi! Ne eravamo piacevolmente circondati! Alle porte di Manakara, dopo quasi dieci ore di viaggio (il doppio rispetto a quanto avevamo previsto), le stelle erano la nostra unica fonte di luce.

A Manakara ci attendeva una piccola comunità di Suore Nazarene. L’indomani ci saremmo recati al cortile della Scuola Materna “San Luca”, gestita dalle stesse, in cui i bambini avrebbero potuto giocare liberamente.

Mentre a me avevano riservato una comodissima stanzetta privata, i bambini e le suore, separati da una lunga tenda, avrebbero passato le loro notti stesi su stuoie e lenzuola sistemati sul pavimento di un grosso salone vuoto. Mi sono chiesta il motivo per cui le suore non usufruissero delle numerose stanze vuote accanto alla mia, certamente più confortevoli del duro pavimento su cui avevano scelto di dormire. Il motivo era palese, mi hanno spiegato: era l’unico periodo dell’anno in cui potevano approfittare per dedicarsi giorno e notte ai propri “figli”, senza altre distrazioni che potessero distogliere tutte le loro attenzioni ed energie dagli stessi. Così, i bambini potevano sentire le loro mamme “più vicine”, è stata la semplice spiegazione di una giovane suora.

I bambini erano al settimo cielo: finalmente cambiavano aria. Aspettavamo tutti con ansia il giorno in cui saremmo potuti andare al mare! Portare oltre 70 bambini al mare non è un’impresa semplice. Ma le suore sanno bene come essere perfette madri per tutti i propri “figli”, così hanno passato diverse ore a preparare i costumi e i vestiti di cambio per ogni singolo bambino. È raro che le suore dell’Orphelinat Catholique dimentichino anche solo uno dei ragazzi. Ricordo che già prima di partire per le vacanze a Manakara avevano predisposto tutto il materiale scolastico per il nuovo anno che sarebbe cominciato a settembre in una grande stanza, in cui era possibile trovare decine di zaini, quaderni, astucci e quant’altro, tutti identici, perché, ai loro occhi, ogni bambino ha la stessa importanza.

Manakara è una città tranquilla, verso il centro e sulla costa è carina e turistica. A parte qualche edificio in cemento, la maggior parte delle case, soprattutto in periferia, sono costruite con canne sottili ma resistenti, e rivestite interamente di paglia. Spesso le case non presentano che un paio di stanze, per lo più completamente vuote. Non tutte le strade sono asfaltate, molte stradine sono fangose poiché fatte di terra, un po’ più scura e dura rispetto al terriccio dell’altopiano centrale. Appesi ai robusti alberi, lungo queste stradine, si possono trovare grossi e pesanti frutti esotici molto particolari e colorati, come i litchi, dal rivestimento verdastro e rigido, quasi spinoso. In molti negozietti è possibile provare il gustosissimo cioccolato fondente malgascio, oppure comprare delle profumate bacche di vaniglia. Essendo a conoscenza della fama del cioccolato malgascio, ho ordinato in un paio di occasioni una cioccolata calda, ma ne sono rimasta sempre delusa: le cioccolate malgasce sono spesso il risultato di unmélange di acqua calda e cacao, e non vengono nemmeno zuccherate.

A Manakara si trovano anche alcuni hotel e bar in cui è possibile connettersi al wi-fi: dopo un mese senza Internet, ho approfittato del wi-fi del bar “Vanilla” per accedere ad Internet sul mio telefono, che avevo tenuto spento per quasi tutto il mese: in Madagascar, a parte la direttrice dell’orfanotrofio, avevo conosciuto poche persone in possesso di un cellulare.

La città è molto verde: sono numerosi i campi di riso e le distese di prati su cui pascolano mucche e zebù. è situata in una zona tranquilla, ma verso il centro risulta abbastanza affollata e confusionaria. Le persone camminano in mezzo alla strada (come un po’ ovunque, in Madagascar), e capita che qualche passante si fermi per esprimere un giudizio o un commento ad alta voce verso una donna, specialmente verso le persone bianche, come me. Non si tratta sempre di commenti offensivi, a volte sono apprezzamenti fatti con naturalezza da uomini malgasci, anche se piuttosto inusuali per la cultura europea occidentale. È piacevole, in ogni caso, fare lunghe passeggiate attraverso le lunghe vie che conducono ai quartieri più abitati, fino a raggiungere l’oceano. La città è divisa in due parti da un canale che può essere attraversato da due ponti (può capitare di incontrare altri piccoli ponticelli costruiti manualmente, ma sono spesso inagibili e pericolanti e quindi inaccessibili). La vita in città si sviluppa soprattutto nella parte più interna, mentre le lunghe spiagge si trovano sulla parte esterna.

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È possibile attraversare il canale anche a bordo di lunghe imbarcazioni di legno tipiche della zona. Si tratta di un mezzo di trasporto abbastanza frequentemente utilizzato dalla popolazione locale, specialmente per la pesca. Le piroghe sono barchette lunghe e sottili dall’estremità appuntita. Quelle più spaziose possono presentare una tettoia in tela, che fa ombra dal sole. Per salire a bordo di una di esse è sufficiente recarsi lungo la riva del canale e chiedere un passaggio ad un pescatore o ad un traghettatore professionista. Agli stranieri chiederanno sempre molto denaro, ma il prezzo reale per una traversata che dura appena qualche minuto non è che di pochi ariary. I traghettatori “abusivi” temono l’intervento delle autorità locali; è possibile tranquillamente trattare il prezzo in quanto sono abbastanza flessibili. Essi aiutano i passeggeri a salire a bordo della piroga, che fanno scivolare sull’acqua attraverso un lungo e sottile remo. I passeggeri rimangono seduti su assi di legno, mentre i traghettatori stanno in piedi, in fondo all’imbarcazione. Non ci si deve sorprendere se, nel frattempo, un altro malgascio si occupa di raccogliere l’acqua che penetra dalle fessure della stessa per rigettarla nel canale ed evitare di affondare. Sono imbarcazioni molto rudimentali, ma perfettamente adatte a piccole traversate lungo un canale dalle acque piatte e tranquille.

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Finalmente, il grande giorno era arrivato e tutto era pronto per andare al mare. I bambini erano entusiasti e frementi.

Giunti alla spiaggia, si sono precipitati verso l’immensa distesa di acqua che avevano di fronte… per fermarsi sulla riva e rotolarsi sulla sabbia. Soltanto qualche coraggioso osava immergersi fino al petto, non oltre. Dopo un attimo di sgomento, ho capito: nessuno aveva mai insegnato loro a nuotare! Il loro più grande divertimento consisteva nel fuggire dalle grosse onde che s’infrangevano sulla riva. Le suore, completamente vestite, immergevano le loro caviglie nell’acqua giocando e tenendo d’occhio ogni bambino. Io ho provato ad avventurarmi un po’ più in là, ma con scarsi risultati per due motivi, sostanzialmente: innanzitutto le onde sono sempre fortissime e spesso abbiamo costruito catene umane per reggerci saldamente in piedi, infatti la corrente può trascinarti via; in secondo luogo perché abbiamo fatto il bagno in uno dei numerosi tratti appositamente protetti da barriere artificiali di scogli che proteggono i bagnanti dagli squali. L’Oceano Indiano è pieno di squali e mi hanno raccontato di incidenti anche mortali lungo tutta la costa sud-orientale.

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Ad agosto, le spiagge di Manakara sono quasi deserte. A parte qualche pescatore sdraiato al sole, al fianco della sua piroga “parcheggiata” sulla sabbia, non si incontrano molte persone. I Malgasci sono al lavoro tutto il giorno, finchè la luce del sole lo permette. Non abbiamo nemmeno incontrato turisti stranieri, a parte una coppia di inglesi. Alcune famiglie malgasce portano i loro bambini a fare il bagno, anche nelle zone più pericolosamente esposte agli squali, poiché sprovviste di barriere. L’acqua era piuttosto fredda, ma ci si poteva immergere senza problemi, considerando che era inverno. È molto rilassante passeggiare lungo le spiagge di questa località marittima. Non è facile scovare le conchiglie sotto quella sabbia fine e giallissima, ma a volte si trovano piccole noci di cocco. Le suore mi hanno insegnato come estrarvi il latte di cocco: con un coltellino, o un oggetto appuntito si bucano i due o tre forellini che si trovano ad una estremità della noce. Con pazienza, il foro si aprirà e ne uscirà un liquido incolore, quasi trasparente che, personalmente, ho trovato abbastanza insipido.

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Manakara è popolata da vari insetti e piccoli rettili, anche velenosi. Bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi, specialmente se si cammina su rocce e pietre: lì sotto si nascondono i serpenti velenosi. Un giorno mi sono trovata faccia a faccia con un ragno molto grosso, spaventoso ma anche affascinante: l’animale era complessivamente arancione, ma le sue zampe presentavano perfettissimi cerchi bianchi e blu, in un contrasto cromatico che lo rendeva davvero meraviglioso.

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Abbiamo fatto il bagno al mare soltanto una volta: portare in spiaggia decine di bambini è impegnativo e anche un po’ rischioso. Tornati alla casa delle suore, abbiamo impiegato molto tempo per lavare tutti i ragazzi che, essendosi rotolati per ore nella sabbia, ne avevano fin nelle orecchie! La sera, ho suonato una chitarra vecchia e strimpellata per tutti loro.

 

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Se si abita in periferia, quando fa buio è opportuno rimanere a casa. Le strade sono completamente immerse nell’oscurità e dalle casette di canna non proviene alcuna fonte di luce. Gli abitanti di Manakara conoscono bene la propria città, e si spostano anche di notte con sicurezza e decisione, senza bisogno di alcuna luce. Una sera ho deciso di fare una passeggiata notturna nelle vicinanze, e in più occasioni mi sono accorta della presenza di un Malgascio, accanto a me, all’ultimo secondo. Camminano con risolutezza e in silenzio, vedono gli altri ma non si fanno vedere e, inoltre, la loro pelle scura li aiuta a nascondersi al buio della notte.

Dopo una settimana di divertimento e relax nella bella ed accogliente Manakara, il mio soggiorno stava quasi per volgere al termine. Ho salutato uno per uno ogni bambino seduto al proprio posto ai lunghi tavoli della mensa, durante l’ultima sera che avremmo trascorso assieme. Ad ognuno di loro ho espresso la mia gratitudine per tutto ciò che avevo imparato, grazie a loro, in quel mese. Bambini che non possiedono nulla erano riusciti a regalarmi inestimabili ricchezze. Tornavo a casa con un tesoro immenso, che mai mi sarei aspettata di trovare nel Terzo Mondo.

A bordo di un pullmino da sette posti, su cui, quasi uno sopra l’altro, viaggiavamo in dieci, sono ripartita. Con il magone, ma con la consapevolezza della ricchezza dell’esperienza che avevo vissuto in compagnia di questi bambini, sono rientrata all’orfanotrofio di Fiana per qualche giorno, prima di trasferirmi di nuovo nella capitale per prendere il volo verso casa. Era giunto il momento di visitare la famosissima Tana!

La mia avventura in Madagascar, però, non era ancora destinata a volgere al termine: un altro viaggio emozionante mi aspettava e già non vedevo l’ora di intraprenderlo.

LA CAPITALE DEL CAOS: ANTANANARIVO

Lasciando una parte del mio cuore a Fiana, sono ripartita un paio di giorni prima della data prevista per il mio volo di ritorno. In Madagascar, è meglio essere previdenti e pronti a qualsiasi cosa: è probabile (e già lo avevo sperimentato personalmente durante il mio soggiorno lì) che il tempo previsto per raggiungere un luogo si moltiplichi. Pertanto, dopo aver salutato e baciato i neonati rimasti all’orfanotrofio, sono partita con un paio di suore per raggiungere il luogo che mi aveva accolto al mio arrivo: la piccola casa delle Suore Nazarene di Antananarivo. Se non ci fossero stati imprevisti, avrei avuto il tempo di visitare la capitale del Madagascar il giorno prima del decollo.

Il viaggio è stato emozionante, perché rivivevo ogni momento trascorso con coloro che ora definivo “i miei bambini”. Di tutte le età, con caratteri e storie differenti, sogni, ambizioni e talenti diversi. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze che, senza possedere nulla, avevano donato a me, che nella vita possiedo tutto, il tesoro in assoluto più prezioso: la gratuità e l’amore incondizionato. Con questi pensieri, siamo giunte alla capitale senza alcun ritardo.

Il giorno seguente, abbiamo visitato la città. Antananarivo è la più grande città del Madagascar. Sapendo che è la capitale del paese, mi aspettavo, forse ingenuamente, una città moderna, nuova e piuttosto sviluppata, invece mi sbagliavo. Da subito, mi è apparsa caotica e confusionaria, vecchia e poco pulita.

Camminare per le strade di Tana, soprattutto negli orari in cui c’è meno luce, può essere pericoloso e curioso, allo stesso tempo: in più di un’occasione, al mio passaggio alcuni giovani malgasci hanno urlato strane frasi di cui non ho capito il significato; in altre, addirittura, qualcuno si è avvicinato fino a sussurrare parole per me incomprensibili all’orecchio. Alcuni bambini, sorpresi dal colore così chiaro della mia pelle, mi indicavano palesemente ai genitori, e, in quei momenti, mi sentivo un essere alieno. Un gruppo di ragazze, poi, ha chiesto di poter scattare una foto in mia compagnia. Ho così capito che non è così frequente incontrare turisti occidentali ad Antananarivo, specialmente fuori dal centro.

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La città è costruita a più di 1200 metri sul livello del mare, su un altopiano e, di conseguenza, case e strade si arrampicano su una montagna, così che è necessario essere piuttosto allenati, per girarla bene a piedi.

A bordo delle strade, a volte, si incontrano piccoli canali in cui scorre un’acqua bluastra, evidentemente molto inquinata. Contrariamente a quanto accade per Fiana, le strade sono quasi tutte asfaltate e in buone condizioni. I marciapiedi che le costeggiano (ove presenti) sono stretti e malridotti.

Il ritmo di vita che caratterizza Antananarivo è meno spartano di quello di Fiana, e l’atmosfera che vi si respira è più tensa, agitata e pericolosa. È questa atmosfera che mi ha spinta, in primis, a visitare lo Zoo centrale della città, che, inoltre, è situato a qualche metro dalla casa delle Suore Nazarene.

Lo zoo è abbastanza costoso, per gli standard malgasci, ma è un’attrazione interessante. Il parco botanico e zoologico di “Tsimbazaza” è il più conosciuto sul suolo nazionale. Al suo interno, è possibile trovare diverse specie animali e piante tipiche delle varie zone climatiche malgasce. Il parco è più costoso per gli stranieri, per i quali non è previsto alcuno sconto, nemmeno per gli studenti.

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Rinchiusi in piccole gabbie, diverse specie di lemuri saltano da un ramo all’altro attraverso agili acrobazie; i loro colori, la taglia e persino il tipo di pelo variano considerevolmente. Presso le gabbie, un uomo offre ai turisti la possibilità di dare da mangiare ai lemuri, al prezzo di qualche Ariary.

Si possono ammirare, inoltre, camaleonti, lucertole, gechi, ed una grande varietà di insetti.

Anche gli uccelli sono molto vari ma, se ben ricordo, tutti piuttosto chiassosi. Alcuni di essi, bianchissimi, popolano un grosso albero posto su un isolotto che si trova al centro di un lago, decorando le sue fronde verdi di tante chiazze candide.

Seguendo un sentiero che conduce i visitatori fra una gabbia e l’altra, si giungono ai recinti che contengono le specie più interessanti e pericolose: oltre ai coccodrilli, anche i famosi fossa, i piccoli e nervosi predatori malgasci, simili a piccolissimi puma, rapidi e sinuosi nei movimenti.

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In generale, le gabbie sono molto piccole per la stazza degli animali rinchiusi, specialmente se consideriamo le dimensioni del parco.

Accanto ad un ammasso di pietre ornate con corna di capra, tartarughe centenarie si riposano pigramente al sole. È possibile toccarne il guscio, se si avvicinano al recinto, anche se sono abbastanza diffidenti, tanto che, oltre a ritrarsi dalle nostre mani, cercano anche di morderci.

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L’ultima parte del percorso di visita conduce i turisti in una varietà di paesaggi botanici incredibilmente esotica, al bordo di un lago popolato da palme molto particolari, dalle radici completamente immerse nell’acqua. Passeggiare fra le piccole foreste riproposte nel giardino botanico è rilassante, specialmente se la visita e accompagnata dallo zucchero filato che si può comprare presso una bancarella posta sulla riva del lago. 

Una piccola parte del parco è dedicata ai bambini, e qui si trovano alcune giostre piuttosto vecchie. Ciò che mi ha sorpreso, è stato vedere che giostre come la ruota panoramica o le altalene sono azionate da uomini appositamente pagati per svolgere questo raro mestiere: con forza, alcuni malgasci spingono, tirano, corrono, rimpiazzando i motori che, nel nostro mondo avanzato, muovono tutte le giostre.

Sebbene mi abbia dato in più occasioni l’impressione di essere un po’ sporco e mal tenuto, passeggiare nel giardino botanico e zoologico di Tsimbazaza mi ha rilassata ed incuriosita molto.

 

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Nel pomeriggio, ci siamo incamminate per raggiungere il centro della città che dista circa sette kilometri dal giardino zoologico. Ho preferito pranzare presso le suore, in quanto è poco sicuro comperare del cibo direttamente dalle bancarelle che si incontrano per strada. Inoltre, può capitare che i proprietari di locali e bar chiedano più soldi di quelli legittimamente previsti per una pietanza o per una bibita ad un cliente straniero.

Dallo zoo, proseguendo per una strada in discesa, su un marciapiede stretto, lungo una fila di macchine disordinatamente parcheggiate, ed altre che sfrecciano sulla via, si giunge al grande stadio di Antananarivo: lo “Stade municipal de Mahamasina”, dedicato al calcio, al rugby e all’atletica.

Procedendo in direzione sud, si giunge al lago artificiale Anosy, la cui forma piuttosto tondeggiante ricorda quella di un cuore, al cui centro, da lontano, è possibile osservare la statua di un angelo, un monumento funerario di origine francese. Passeggiando attorno al lago spesso si possono incontrare vagabondi che dormono sul prato, urinano o cani randagi che riposano al sole.

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Per osservare al meglio il lago e la parte più bassa della città, siamo salite lungo una scalinata piuttosto stretta. Bisogna salire in alto e, sotto il sole malgascio, si fa un po’ di fatica. A destra e  sinistra della scalinata si aprono le porte delle case degli abitanti della capitale. Alcuni cani e galli stazionano sui gradini irregolari, lungo i quali spesso scorrono liquidi maleodoranti gettati dagli abitanti delle case adiacenti.

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Giunti in cima, procedendo sempre a piedi, si percorrono delle vie con vari negozi e numerose ricchissime gioiellerie in cui è possibile ammirare i prodotti ricavati dai minerali e dalle pietre preziose malgasce. Parallelamente a queste, altre strade sono invece costellate da bancarelle ambulanti che vendono di tutto. Si tratta del Analakely Market, una serie di vie trafficatissime e confusionarie, in cui è bene prestare attenzione ai propri effetti personali, infatti gli scippi sono all’ordine del giorno. Queste strade conducono al centro, lungo la Indépendance Avenue, ampia e pulita. Lungo l’Avenue ci si sente più sicuri, la polizia controlla infatti la strada ed è qui che, dopo molto tempo, ho incontrato i primi piccoli gruppi di turisti occidentali. La larga Avenue (lunga circa un kilometro) conduce alla Gare de Soarano, una vecchia stazione in cui attualmente si trovano un ristorante ed un bar, piuttosto costosi per gli standard del paese.

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Personalmente, trovo che la capitale del Madagascar non debba essere annoverata fra le prime cose da visitare nel paese. La città è caotica, sporca e pericolosa. Il Madagascar è una terra meravigliosa e, a parer mio, la capitale ne rovina alquanto l’immagine e la reputazione. In ogni caso, è parte di esso.

 

ARRIVEDERCI E GRAZIE DI CUORE, MADAGASCAR

Il giorno della mia partenza era giunto. Quanto avevo imparato, in un solo mese. Quanto avevo visto, conosciuto, scoperto, apprezzato. La mia avventura volgeva al termine. Con il magone ed il cuore in gola, in compagnia di un paio di suore abbiamo preso un taxi per arrivare in aeroporto. Imbottigliati nel caotico traffico della capitale, guardavamo un gruppetto di ragazzini che si divertivano a farsi trainare dalle auto in movimento, in un gioco pericoloso ma eccitante.

Prima di arrivare in aeroporto, ci siamo fermate al bellissimo mercato Andravoahangy, che consiste in una semplice, unica via sterrata che presenta un lato interamente costeggiato da negozietti identici, affiancate l’una all’altra come piccolissime casette dal tetto a punta. È il luogo ideale per comprare souvenir e regali, specialmente fra i curiosissimi oggetti di artigianato, spezie, scialli, gioielli e strumenti musicali. Il mercato rappresenta un luogo allegro, in cui i turisti, che portano denaro, sono accolti con gioia e con entusiasmo. Gli oggetti, per la maggior parte, hanno prezzi fissi e, prima di acquistare qualcosa, è consigliabile girare in tutte le bancarelle che vendono i medesimi souvenir, per trovare quello che costa meno. D’altra parte, è abitudine dei commercianti quella di trattare con il cliente il prezzo della merce. Un po’ di coraggio, insistenza e sfrontatezza e si giunge presto ad un accordo.

Il tempo stringeva, e ci siamo affrettate a raggiungere l’aeroporto. Di nuovo lì, dove tutto era cominciato appena un mese prima. Al suo interno, si incontrano soltanto un paio di negozi di souvenir ed un bar-ristorante in cui il cibo e le bevande sono davvero di bassa qualità.

Nonostante la stanchezza, non ho chiuso occhio, durante il mio lungo viaggio di ritorno, che mi ha regalato uno degli spettacoli più belli di tutta la mia vita. Quando la notte è scesa ed il buio ha circondato il nostro aeroplano, mi sono ritrovata a navigare in un mare di stelle. Erano ovunque, sopra, sotto, di fianco a me. Credo di essere rimasta con il viso e le mani incollate al finestrino per ore, tant’è che spesso ho notato che le hostess si fermavano per controllare se stessi bene. Sorvolando l’Africa attraverso un cielo serenissimo, scorgevo in lontananza rare e preziose luci che illuminavano qualche città o sperduto villaggio, in mezzo al deserto. In altri momenti, sorvolavamo grossi nuvoloni che riuscivo a vedere soltanto grazie all’improvvisa ed accecante luce dei fulmini che le attraversavano. Le nuvole erano proprio sotto di noi ed uno spettacolo di fulmini e lampi si scatenava silenziosamente: non avevo mai visto un temporale dall’alto.

Con questo meraviglioso panorama terminavo il mio viaggio e la mia avventura. Soltanto con il tempo ho compreso che il mio viaggio non è mai finito, in realtà. Tutto ciò che ho visto e appreso ha cambiato la mia vita ed il mio modo di pensare e di essere. Ogni volta che mangio, che bevo o che compro qualcosa, il mio pensiero corre a coloro che sono meno fortunati di me, alla miseria e alla povertà malgasce, ma, allo stesso tempo, a quella gioia e a quell’energia che ho cercato di portare dentro la mia vita. Devo questo e molto altro al Madagascar, e un giorno tornerò per riprendere quella parte di cuore che ho lasciato all’Orphélinat, fra i miei bimbi e le mie carissime suore.

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