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I MENINOS DE RUA: CONSIDERAZIONI DI VIAGGIO A RIO DE JANEIRO


Vi chiedo di sedervi comodi, di concedervi “tempo”, di leggere lasciandovi coinvolgere dal racconto, immergendovi voi stessi nella realtà che ho vissuto, camminando con me per le strade di Rio de Janeiro.


Nell’ambito del progetto di cooperazione Italia- Brasile "Tutela dell'infanzia", l’UNICEF Italia in partnership con il Creg (centro ricerche economiche dell’Università di Tor Vergata), ha offerto l’opportunità a 14 studenti di partecipare ad un’esperienza diretta sul campo per la tutela dei diritti delle bambine e dei bambini.

In qualità di studente selezionato per il suddetto progetto ho preso parte al viaggio di studio/ ricerca/ formazione a Rio de Janeiro a partire dal 25 Novembre e per un periodo di 20 giorni, partecipando alle attività in agenda e acquisendo una conoscenza più approfondita della realtà sociale economica e culturale della città, con particolare attenzione alla situazione dei bambini di strada: i meninos de rua.


“Arriviamo a Rio de Janeiro dopo ore di volo, stanchi per il viaggio eppure impazienti per l’esperienza che stiamo per intraprendere. In aeroporto ci aspetta Mauro, uno dei responsabili di Amar, una ONG che si dedica ormai da anni ai meninos de rua, cercando di offrire loro riparo dalla strada, un pasto caldo, un tetto e un’educazione di base.

Il loro lavoro è davvero encomiabile.

Saliamo sul furgoncino che ci porterà ad Amar, dove alloggeremo. Le parole di Mauro riecheggiano all’interno del grande taxi mentre noi cerchiamo di rubare con gli occhi tutto ciò che velocemente passa davanti al nostro sguardo oltre i finestrini, quasi fossimo comodamente seduti in poltrona di fronte alla televisione. Eppure, non siamo più nelle nostre abitazioni e adesso abbiamo l’opportunità di documentare in prima persona la realtà di una città così tanto lontano da noi, così rinomata nel mondo per il suo carnevale, per la sua gente, per la festa, per la musica, per il mare e per il sole e allo stesso tempo per le sue contraddizioni, per la povertà estrema, per il disordine urbano, per le baraccopoli diventate famose attraverso i film che hanno girato il mondo e che ormai sono diventate meta per turisti forse poco sensibili: “durante uno dei tour presso le comunità locali,alcuni turisti americani indossavano un cappello da safari e scattavano foto come fossero allo zoo” .

Il caso dell’America Latina

L'America Latina è uno dei Paesi in cui le contraddizioni dell’odierna società e del “neoliberismo sfrenato” si manifestano con più evidenza. Qui infatti si registra la peggiore distribuzione delle ricchezze con un livello di disuguaglianza che è uno dei maggiori al mondo e dove più della metà della popolazione è povera.

Emblematico è il caso della città brasiliana di Rio de Janeiro in cuia partire in particolar modo dagli anni Trenta dello scorso millennio, a causa dell’aumento del prezzo del caffè e della migrazione di masse di contadini dalle campagne verso la città, si è creata una netta distinzione tra la popolazione delle favelas (comunità) e coloro invece che abitano nella “città asfaltata”.

Ad oggi a Rio de Janeiro sono state censite ufficialmente tra le 600 e le 700 favelas (anche se se ne contano molte di più) tutte morfologicamente diverse e ognuna con una propria storia che le distingue in termini sociali,culturali ed etnografici.

“Durante la fase di definizione dell’agenda, quando ancora non sapevamo chi sarebbe andato dove, quando la tutor, sempre nello spirito di garantire il diritto all’ascolto e la massima partecipazione di tutti, anche e soprattutto in fase decisionale (concordemente ai principi professati in seno UNICEF!), ricordo che al solo pronunciare il nome della “Città di Dio” un sussulto comune ha pervaso la stanza predisposta a quell’ora di brainstorming. La Città di Dio è una delle comunità (favela) di Rio de Janeiro più conosciute e divenuta famosa in quanto palcoscenico della vita di una serie di personaggi che narrano nelle scene del film la storia di bambini destinati a una vita di violenza e coinvolti in crimini e omicidi. Ebbene, tutti avrebbero potuto voler partecipare a questo forum, probabilmente per la semplice curiosità di “vedere” con i propri occhi “una realtà da film”!

Il viaggio per raggiungere la Città di Dio è stato lunghissimo, il ritorno forse ancora di più: cinque occidentali bianchi schiacciati in un autobus stracolmo di persone autoctone; l’umidità bagnava la pelle e il traffico rendeva impazienti gambe che si sentivano in trappola. Di fronte, proprio come in un film, la grande vetrata dell’autobus inscenava il degrado della vita delle “baraccopoli”, la desolazione, la povertà, la violenza”.



Questo divario è stato determinato anche dallo sviluppo urbano degli ultimi anni e dall’edificazione delle grandi opere pubbliche, con la nascita dei ricchi quartieri di Copacabana, Ipanêma, Leblon e Barra da Tijuca. Parallelamente ai grandi alberghi e ai condomini eleganti della zona sud, si sono allargate a dismisura anche le favelas,vere e proprie città ai confini delle città stessa, senza servizi e abbandonate dalle istituzioni pubbliche, dove irapporti sociali sono spesso caratterizzati dalla violenza- anche e spesso intra- familiare- e l’abbandono della casa da parte dei bambini per intraprendere il percorso della strada, un luogo che loro sentono più sicuro della famiglia stessa.

“Siamo finalmente a Rio de Janeiro, il sole non c’è, i colori sembrano spenti, l’oceano è lontano; ci stiamo dirigendo in collina.

Alla nostra sinistra, alla nostra destra, di fronte a noi scorgiamo le famosissime baraccopoli, case in mattone ammassate una sull’altra, intensità di colori con prevalenza dell’azzurro. A prima vista mi ricordano le costruzioni tunisine finemente ricamate e di un colore azzurro cielo intenso; invece, ci spiega Mauro,il colore serve a discriminare una banda dall’altra. I panni sono stesi e ciondolanti al vento leggero della prima estate su tetti di case fatiscenti o totalmente inesistenti; secchi gialli e tubi esposti all’aria per raccogliere l’acqua piovana, cumuli di immondizia addossati ai piedi di ammassi di mattoni fatiscenti: baracche che accolgono famiglie, qualche bambino corre a piedi nudi sulla terra bagnata.

Il cielo è grigio e rende tutto più desolante e l’unica sensazione che invade gli animi insieme all’entusiasmo e all’adrenalina che accompagnano sempre un lungo viaggio è la rabbia, la tristezza per un mondo che ha permesso tutto questo.

Arriviamo ad Amar, la colazione è pronta: l’odore intenso del succo di mango appena spremuto ci accompagnerà per i giorni seguenti così come la voglia di scoprire e scorgere sempre di più e con più dettaglio una realtà che non è mai come quella che ci si immaginava prima.

Si è fatta sera, in lontananza si vedono le luci delle “baraccopoli”; come sono diverse adesso che è notte: sembrano un presepio e ci inseriscono ancora di più nell’aria natalizia che è tipica del mese di dicembre. Sereni dopo la cena e quasi dimentichi del luogo in cui ci troviamo, ancora probabilmente inconsci, percepiamo degli spari al ritorno dalla cena: saranno fuochi d’artificio…

No, sono degli spari provenienti dalla vicina favela!

Corriamo corriamo corriamo corriamo!

Siamo ad Amar, sani e salvi: dove saranno invece i bambini che correvano a piedi nudi sulla strada non asfaltata e tutti gli altri che avremmo avuto modo di conoscere nei giorni seguenti?!

Abbiamo dovuto lasciare Amar dopo qualche giorno; i colleghi hanno trovato la mattina molto presto un topo in cucina. Prontamente ed efficientemente le nostre tutor hanno provveduto a trovare un alloggio più consono a una “delegazione di studenti per la cooperazione sotto l’egida dell’UNICEF e del Creg”.

In quella stessa cucina le suore continuano a preparare i pasti che sfamano i bambini che vengono accolti giornalmente presso Amar, in condizioni igienico- sanitarie evidentemente precarie. Eppure, ci ammonisce sarcasticamente un operatore che vive ormai là da anni, con un sorriso quasi di compassione nei nostri confronti, così risentiti e scandalizzati per un avvenimento tanto increscioso: “Il topo per loro è il male minore; i problemi qui sono ben altri!”.





I bambini di strada in Brasile

Sembra contraddittorio, ma nella strada i bambini spesso trovano quelle risorse materiali ed emozionali che la famiglia o la società continua a negargli. In strada trovano da mangiare, anche se è cibo scadente, possono guadagnare qualcosa elemosinando, facendo piccoli lavoretti, rovistando nell’ immondizzia oppure rubando. La strada del centro delle città è più sicura e meno violenta dei quartieri poveri da cui provengono ed è spesso più sicura anche della propria casa dove la violenza dei genitori è una costante. La strada è quindi una scelta di sopravvivenza, un luogo che in qualche modo offre un'alternativa alla povertà della propria casa.

I bambini di strada sono "l'ultimo anello" della catena della società dello sviluppo; essi riflettono senza mediazione le perversioni del sistema: non sono funzionali al mercato, non rappresentano una classe sociale, hanno perso il riferimento familiare come modello da imitare, creano problemi d'immagine in una società che sull'immagine basa il suo consenso; svelano l'abuso delle sostanze stupefacenti come difesa ad un mondo d'esclusione.

I bambini di strada sono, insieme ai bambini soldato, ai bambini lavoratori, ai bambini schiavi e ai bambini violentati dentro e fuori le mura domestiche, i rappresentanti di un'infanzia negata. Ma la prerogativa dei bambini di strada è il loro spazio vitale: occupano uno spazio fisico pubblico, sono visibili, condividono la quotidianità con la città. La loro determinazione ad occupare lo spazio pubblico è una sfida continua all' immagine sociale, è una contraddizione lacerante che non può essere nascosta.

Bambini invisibili, bambini di strada, bambini soldato, bambini derubati, bambini drogati, bambini violenti, bambini violentati, bambini troppo cresciuti, bambini ricchi, bambini poveri, bambini buoni e bambini cattivi, bambini del Nord del mondo, bambini del Sud del mondo…

I bambini sono semplicemente dei bambini, non esistono classificazioni.

“Un giorno abbiamo preso l’autobus la mattina presto e abbiamo attraversato la città per accompagnare un’operatrice di Amar che la mattina, alternandosi con altri pochi e volenterosi colleghi, si reca al centro della città e, dopo aver tentato di convincere i più, accompagna con il furgone i bambini di strada all’interno di una casa di accoglienza. Purtroppo non siamo riusciti ad accompagnare l’operatrice in questa fase, ma siamo comunque rimasti impazienti e forse anche un po’ impauriti ad aspettare i bambini e le bambine. Eravamo sedute su una panca all’interno di questa casa di accoglienza. Era umile, all’aperto, due lunghi tavoli e delle sedie di legno, un tavolo del calcio balilla, qualche pallone per giocare. E’ incredibile come cambi la percezione delle cose; non avrei mai chiamato casa di accoglienza una struttura decadente e così tanto umile, priva dei servizi primari, come un letto comodo dove poter far riposare i suoi ospiti, un’area destinata al gioco e un’altra ad attività ricreative e sportive e soprattutto delle aule in cui impartire lezioni. Eppure, quelle bambine e quei bambini, entrati in quella casa a piedi nudi e sporchi, stanchi e maleodoranti, affamati e spesso drogati, in quelle ore si sentivano probabilmente di nuovo bambini e di nuovo accolti, curati, cullati. In quella casa loro con occhi sorridenti alla vita ci hanno raccontato dei loro sogni e con dolcezza ci hanno chiesto: “Mi porti via con te?!”

Dolcezza o non forse speranza di un futuro migliore?







Un’operatrice appassionata, anch’essa proveniente da una comunità vicina e che dedica la sua vita a questi ragazzi, mi ha parlato sconsolata del futuro in cui molti di loro incorreranno. Mentre una bambina con il sapone sulla testa (qualcuno le ha insegnato a farsi la doccia? Le ha mai spiegato qualcuno che il sapone deve essere sciacquato via? Quante cose sono per noi così scontate e banali e quanto non lo sono nella realtà di questi bambini e di queste bambine costretti nella sporcizia tutti i giorni, divorati da infezioni di ogni tipo e impossibilitati a curarsi perché inesistenti nei fatti di fronte alla società?), in silenzio, con pazienza e dedizione mi pitturava le unghie (l’unico modo che per entrare in contatto con lei). Mi domandavo perché un tale talento non potesse essere coltivato; mi chiedevo quale fosse il ruolo di una casa di accoglienza se non quello di garantire insieme a un tetto l’accrescimento delle potenzialità delle bambine e dei bambini attraverso percorsi educativi volti a creare delle competenze di base che potessero diventare la chiave di svolta per uscire dallo sfruttamento e dall’oppressione del mondo della strada. Non aveva senso, riflettevo, che quei bambini fossero prelevati dalla strada e riportati la sera stessa là dove li avevano trovati, se non era previsto per loro un percorso di crescita personale.

L’operatrice mi raccontava che molti di loro non avranno un futuro; il crack e altre droghe più o meno pesanti di cui la maggior parte di questi bambini e bambine fa uso è spesso per loro mortale.

Ma il coraggio e l’amore per la propria gente da parte di persone come lei può essere, se affiancato all’istruzione, all’aggiornamento e alla comparazione delle tecniche vincenti utilizzate in altre strutture che si occupano di situazioni similari può essere, ancora una volta, la chiave giusta perché le cose cambino “Perché continui a fare questo lavoro se il destino di questi bambini è segnato?! Salvare anche una sola delle loro vite è per me una conquista!”

L’importanza della divulgazione: considerazioni finali attraverso un racconto di vita

“Eravamo nei pressi di Lapa, il quartiere di Rio de Janeiro diventato famoso nelle guide turistiche per il samba ballato per strada dalla gente del luogo. La prima volta anche noi siamo stati invasi dall’onda della loro musica, dalla libertà di piedi nudi impazziti al ritmo dei bonghi, da corpi che come la bocca con le parole comunicavano attraverso il loro movimento. La seconda volta però, quando le attività della settimana ci avevano già dotato di occhi più attenti e consci, Lapa non era più solo questo bensì un brulichio di gente povera e sporca, di asfalto maleodorante di pipì e alcool, di bande di “meninos de rua” che cercano di derubare i passanti per permettersi quel pacchetto di sigarette che è per loro pane quotidiano. Era sera, l’aria era umida per la pioggia leggera e fitta scesa durante il giorno e sotto le suole calpestavamo un miscuglio di terra e immondizia rotolata giù dalle colline limitrofe. Un uomo era sdraiato nel fango, un bambino raggomitolato in un carrello sommerso di panni. Gli occhi ci stavano ingannando, era un tappeto avvolto. No, avremmo voluto aver visto male, era proprio un bambino!

Nonostante le luci viola dell’imponente chiesa di Lapa e delle discoteche e dei locali il blu della sera sembrava ancora più scuro.

Eravamo stanchi come si è stanchi dopo un incontro di pugilato, perché la vita ruvida e livida che stavamo osservando di bambini derubati della loro infanzia di vite tradite da una società abietta e volutamente cieca, di occhi socchiusi al mondo perché troppo stanchi o drogati per essere spalancati e curiosi come quelli dei loro coetanei che non hanno avuto la sventura di essere nati in comunità dimenticate e abbandonate a se stesse e a leggi di violenza e sopraffazione- se da un lato stava arricchendo la nostra conoscenza dall’altro ci indeboliva e intaccava la sensibilità dei più. D’altra parte proprio grazie alla condivisione di queste esperienze e dei racconti che ognuno di noi narrava nell’ora di brainstorming ritagliata prima di andare a dormire evidenziando ognuno gli aspetti che più lo avevano colpito- tra i quali è emersa la grande disponibilità e generosità della gente brasiliana, la loro capacità critica e la volontà di trovare soluzioni proprie alle problematiche riscontrate- tutto ciò rendeva il gruppo più unito che mai e forse almeno per un istante durante questa esperienza di viaggio ognuno di noi si è sentito parte di qualcosa di immenso, la speranza di poter cambiare.

La differenza tra conoscere teoricamente- attraverso lo studio teorico sui libri o grazie alle informazioni che provengono quotidianamente da qualsivoglia mezzo di comunicazione di massa- e l’esperienza diretta è nella possibilità che l’evidenza tocchi le corde dell’animo umano e che nel toccarle crei un lamento interiore che si può però allo stesso tempo trasformare in voglia di riscatto, di cambiamento, di trasformazione. Un brivido pervade l’anima allo sguardo di tali amenità e a un silenzio interiore si può accompagnare la consapevolezza che è la forza e l’energia propulsiva che sola può dare una svolta allo stato delle cose.

Quella sera eravamo particolarmente provati dalle attività della giornata: chi aveva partecipato alla --liturgia di un volontario all’interno di un carcere minorile, chi aveva condiviso il momento del forum comunitario all’interno di una comunità, chi aveva servito da mangiare ai tavoli di una mensa di una delle tante case di accoglienza- che tanto accoglienti non sono- per bambini di strada.

Io discutevo con Franca; è una ragazza molto in gamba e appassionata.

A un tratto una domanda: “Secondo te a cosa serve tutto questo, quanti di noi effettivamente daranno una svolta alla loro vita sulla base di questa esperienza, quanto effettivamente cambierà una volta tornati a Roma, quanto cambierà nella vita di questi bambini e delle persone che stiamo conoscendo, della realtà che stiamo vivendo, ma che in fondo non ci appartiene?”

Quasi risentita di osservazioni simili ricordo di aver risposto convinta che nella mia vita sarebbe cambiato molto, che la mia ambizione è quella di mettermi a disposizione di organizzazioni nate con il solo scopo di diventare inutili perché la società si è talmente emancipata che non è più necessario il loro lavoro. Di fronte a tanta povertà, disuguaglianza ed emarginazione sentivo la volontà di spogliarmi del mio io occidentale per abbracciarne uno più universale, non più schiava di bisogni costruiti, di abitudini e vizi.

Il 17 dicembre 2011, a distanza di 20 giorni dalla partenza per Rio de Janeiro, ero nuovamente a Roma, pulita e bella come mai l’avevo vista, tra lo sfarzo e l’eleganza, il profumo e la leggerezza di vivere. A Roma, a distanza di pochi giorni dal rientro, ormai catapultata nella realtà del Natale- quanto diversamente l’avranno vissuto i bambini che abbiamo conosciuto ad Amar- entravo in uno dei più grandi centri commerciali d’Europa e acquistavo i regali da mettere sotto l’albero.

Aveva forse ragione Franca? Avevo sbagliato a sentirmi così risentita di fronte alle sue obiezioni?! Forse o forse no, anzi sicuramente no.

E’ difficile spogliarsi delle proprie vesti e rinunciare a standard di vita e comodità dai quali ormai siamo quasi dipendenti. Ma è davvero a questo che dobbiamo mirare o non piuttosto a garantire una maggiore equità nelle opportunità di vivere una vita qualitativamente degna di essere vissuta?

Perché si possa avere equità si deve volere equità e per avere la volontà ci deve essere innanzitutto la consapevolezza, la conoscenza e quindi la sensibilità, una rinnovata educazione civica.

In questo senso la mia risposta alla domanda di Franca continua ad essere negativa: l’esperienza del viaggio avrà seguito in ognuno di noi ma soprattutto attraverso di noi, grazie ai nostri racconti, alle nostre parole, alle nostre lacrime, grazie alla condivisione e divulgazione della nostra testimonianza, così come di quella di migliaia di persone che giorno dopo giorno lottano a favore dello smantellamento della povertà estrema, della mortalità infantile, della mancanza di accesso all’istruzione, all’acqua, etc., in ogni parte del mondo, tanto nel Sud quanto nel Nord, perché non c’è strumento di pubblicità e di trasmissione di idee più potente che il passaparola.”


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